Torre & Cavallo Scacco! - N. 1 gennaio 2022

€6.30

Indice degli articoli di questo numero della rivista:



  3 Dubai – Carlsen penta-campione  
  di Ian Rogers
22 Brevi dal mondo
23 Esercizi facili e di livello medio
  di Roberto Messa
26 Soluzioni esercizi facili e di livello medio
27 Curiosità – A proposito di “copyright”
  di Mauro Barletta
29 Indice annata 2021
33 Didattica – Il tema combinativo Marshall
  di Riccardo Del Dotto
37 Storia – Nottingham 1936 (13ª parte)
  di Enrico Cecchelli
40 Montecatini Terme – Un festa per Sergio Mariotti
  di Pierluigi Passerotti
41 Didattica – Oops! Ho abbandonato, di nuovo (13ª p.)
  di Ian Rogers
44 Recco – Commenta Artem Gilevych
46 Imola – Tutti “in pista” all’autodromo
  di Dario Mione
49 Chianciano – Primo titolo italiano per Pier Luigi Basso
  di Roberto Messa
55 L’intervista – Luigi Maggi, il primo anno di presidenza
  di Roberto Messa
59 Palmanova – Lumachi supera i favoriti
60 Calendario


L’editoriale di apertura di questo numero:


Bobby Carlsen

Se si considera solo il punteggio, sembra che nella recente sfida per il titolo mondiale fra Magnus Carlsen e Ian Nepomniachtchi, terminata 7,5-3,5 in favore del norvegese, non ci sia stata storia. Volendo fare raffronti con precedenti illustri, era dal match Karpov–Korchnoj del 1981 che un campione non sconfiggeva lo sfidante con una differenza di 4 punti – quello terminò 11 a 7 –, mentre, viaggiando di altri nove anni indietro nel tempo, ci si imbatte nel solito “match del secolo”, in cui Bobby Fischer detronizzò Boris Spassky infliggendogli un pesante 12,5 a 8,5.
A ben vedere, il confronto fra Carlsen e Nepo ha più di un punto in comune con quello tra l’americano e il sovietico. In entrambi i casi, prima del match, il futuro perdente aveva uno score positivo nei confronti dell’avversario. In entrambi i casi il punto di svolta è stata la sesta partita, dopo la quale il vincitore ha preso il largo. Soprattutto nella recente sfida di Dubai, a determinare l’ingente disfatta è stato un crollo psicologico verticale: se nelle prime cinque partite Nepo aveva dato l’impressione di poter giocare alla pari con Carlsen, perdere la sesta, a partire da un finale tutto sommato equilibrato e dopo una maratona di 136 mosse, lo ha distrutto.
Se però Fischer non faceva mistero di voler annientare gli avversari, per Magnus il discorso è diverso: il norvegese, semplicemente, si è sempre dimostrato in grado di gestire meglio la pressione psicologica e questo, in tutti i suoi match per il titolo, è stato il suo vero punto di forza. Il punteggio di 7,5 a 3,5 con cui ha vinto la recente sfida non è tanto frutto di una netta supremazia alla scacchiera, quanto della capacità di mantenere i nervi saldi quando la situazione lo ha richiesto, cosa che non è riuscita affatto al russo, che a partire dall’ottava partita ha commesso gli errori più grossolani. Gli scacchi sono anche questo, del resto.
Dopo l’ennesimo trionfo, comunque, persino Carlsen ha dato quello che appare un segno di cedimento: se da un lato ha dichiarato che per lui «c’è ancora molta strada da fare» e che il suo prossimo obiettivo è raggiungere quota 2900 in lista Fide, dall’altro ha detto che potrebbe non avere il giusto stimolo per giocare un altro Mondiale, a meno che il suo sfidante non sia il francese Alireza Firouzja. Che sia davvero un segno di cedimento o un’abile mossa psicologica per destabilizzare gli avversari lo scopriremo solo al termine del torneo dei Candidati, previsto a metà anno, qualora il vincitore non sia il giovane di origine iraniana. Fatto sta che, quando un campione comincia a mettere dei paletti “à la Fischer”, non è mai un buon segno…
Dario Mione