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3Master – Primo scudetto per Lazio Scacchi
di Roberto Messa
6Master – Commenta Alessio Valsecchi
10Master – Commenta Miragha Aghayev
14Brevi dall’Italia
15Romania – Europeo, bis di Bluebaum
di Mauro Barletta
20Grecia – La serba Injac regina in rimonta
21Esercizi facili e di livello medio
di Roberto Messa
24Soluzioni esercizi facili e di livello medio
26Microracconti – Bogoliubo a Catania
di Simonpietro Spina
27Il ricordo – Spassky, leggenda immortale
di Riccardo Del Dotto
33Didattica – Introduzione alla profilassi (2ª parte)
di Jose Luis Vilela
37Francia – Freestyle, Carlsen senza rivali
38Brevi dall’italia
39Mondiale femminile – Ju regina per la quinta volta
di Ian Rogers
47Ciclo mondiale – Grand prix donne, sprint finale
50Stati Uniti – Caruana king of “The Kings”
di Dario Mione
51Stati Uniti – Nakamura vince la “American Cup”
53Repubblica Ceca – Aravindh va ancora a segno
55Montenegro – India di nuovo sul tetto del mondo
57Il lutto – Addio Ólafsson, mito d’Islanda
58Regole & Regolamenti – L’assegnazione dei premiFranco De Sio
59Calendario
Campione e gentiluomo
Boris Spassky è stato un grande campione del mondo, ed è stato anche uno dei due indimenticabili personaggi a cui devo, come milioni di altri appassionati, il mio avvicinamento al gioco, nell’estate del 1972, quando il match di Reykjavík per il titolo mondiale portò inaspettatamente gli scacchi alla ribalta anche in quei paesi, come l’Italia, che in precedenza li avevano quasi completamente ignorati. La mossa del campione russo che più di tutte suscitò la mia ammirazione fu quella che scelse nei primi giorni di luglio 1972, quando avrebbe avuto il sacrosanto diritto di fare le valigie e rientrare in Unione Sovietica con il titolo di campione del mondo, dopo che Fischer non si era presentato nei tempi stabiliti per l’inizio del match. Così avrebbero voluto i funzionari moscoviti al suo seguito, e probabilmente anche al Cremlino, ma Boris insistette per rimanere in Islanda e giocare con Bobby Fischer, dimostrando uno sportività e signorilità che forse nessun altro campione del mondo aveva mai dimostrato. Sappiamo come è andata a finire: dopo la conquista del titolo l’americano si eclissò da tutti, ma non da Boris di cui rimase amico fino alla sua dipartita, nel 2008, per nulla geloso della popolarità che in qualche modo gli aveva procurato. Nei quarant’anni successivi Spassky venne in Italia innumerevoli volte, per tenere simultanee o come ospite d’onore in eventi scacchistici e non solo. Elegante nel tratto, brillante e istrionico, ebbe il merito di perpetuare anche tra il grande pubblico il ricordo di quel memorabile match del 1972, al punto che la sera del 27 febbraio anche i telegiornali italiani hanno dato la notizia della sua morte, con immagini e servizi dedicati. Mai uno sconfitta sportiva si trasformò in un così grande e duraturo successo.
Grazie, Boris, campione e gentiluomo.
Un altro grande maestro di quell’epoca d’oro degli scacchi, l’islandese Fridrik Ólafsson, si è spento il 4 aprile all’età di 90 anni. Olafsson si guadagnò un posto tra i candidati al titolo mondiale nel 1959 e fu presidente della Fide dal 1978 al 1982. Giocatore attivo fino in tarda età, lo ricordiamo per la buona prova offerta nel 2015 al festival di Porto Mannu, in Sardegna.
Concludiamo con i complimenti per la squadra di Lazio Scacchi che al Master di Boario Terme ha conquistato il suo primo scudetto. Complimenti anche per le mille squadre, con oltre seimila giocatori coinvolti, che nel mese di marzo hanno partecipato ai campionati italiani dalla serie Promozione alla A1, dimostrando che i club sono più vivi e vitali di quanto si creda.
Roberto Messa
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